Durante un cerchio di donne ho proposto la lettura di un brano intitolato “Pelle di foca, pelle d’anima”, tratto dal libro Donne che corrono con i lupi di Clarissa Pinkola Estés.
Si tratta di una fiaba metaforica che racconta la storia di una donna-foca, la cui pelle – simbolo della sua vera identità e libertà – viene rubata da un uomo, costringendola a vivere una vita terrestre che non le appartiene.
La storia è ambientata in una terra artica, dove vive un uomo profondamente solo. Un giorno, vede delle donne-foca danzare su uno scoglio e, preso dal desiderio di non essere più solo, ruba la pelle di una di loro, costringendola a restare con lui come moglie. La donna accetta a malincuore, con la promessa che, dopo sette estati, potrà riavere la sua pelle e scegliere se restare o tornare al mare. Dalla loro unione nasce un bambino, Ooruk.
Col passare degli anni, la donna-foca si indebolisce sempre di più: comincia a “seccarsi”, a inaridirsi, separata dalla sua vera natura. Allo scadere del tempo promesso, l’uomo rifiuta di restituirle la pelle e la tratta con violenza. Il bambino, guidato dagli spiriti delle foche, ritrova la pelle della madre e gliela restituisce. La donna torna allora al mare, portando con sé il figlio per salvarlo.
Nel mondo sottomarino, la donna-foca ritrova la sua forza, ma comprende che Ooruk non può restare lì: il suo destino è sulla terra. Dopo sette giorni lo riporta sulla riva, promettendogli che il suo spirito lo accompagnerà sempre. Ooruk cresce e diventa un grande cantore e narratore, capace di comunicare con gli spiriti. Ancora oggi, si dice, egli parla con una foca sacra dagli occhi umani, simbolo del legame eterno tra il mondo degli uomini e quello del mare.
La storia parla del luogo da cui davvero proveniamo, di come siamo fatte e di quanto sia importante riconoscere i nostri istinti e ritrovare la strada di casa. La fanciulla-foca del racconto è una figura mistica, legata al mondo animale, ma capace di vivere anche tra gli esseri umani. La sua pelle non è solo un oggetto: rappresenta uno stato affettivo e la connessione con la natura femminile selvaggia.
Quando la donna indossa la sua pelle, si sente pienamente sé stessa. Il ritorno periodico a questo stato selvaggio reintegra le nostre riserve psichiche, permettendoci di affrontare progetti, famiglia e rapporti nel “mondo di sopra”.
Perdiamo la nostra “pelle” quando diventiamo troppo esigenti con noi stesse, perfezioniste, abbandonate all’insoddisfazione o al senso del dovere, pretendendo di essere una fonte inesauribile per gli altri. La pelle svanisce quando non ci prendiamo cura di noi, quando non ci ascoltiamo abbastanza, o quando ignoriamo il costo emotivo di quello che facciamo.
Talvolta la pelle ci viene sottratta: in maniera sottile, attraverso il furto delle nostre risorse e del nostro tempo. A volte sembra che ovunque volgiamo lo sguardo ci sia qualcuno o qualcosa che ha bisogno, vuole, desidera.
Ritornare a indossare la nostra pelle e tornare a casa nel “mondo di sotto” può assumere molte forme: ritagliarsi mezz’oretta per sé, leggere un libro, sdraiarsi a terra, prendere un treno, fare una passeggiata nella natura o concedersi un bagno caldo. Il ritorno a casa non costa denaro ma tempo, è un atto di volontà che rinvigorisce l’equilibrio interiore.
Durante il cerchio, le condivisioni delle donne presenti mi hanno fatto riflettere su un punto importante: spesso non è qualcun altro a rubarci la pelle, ma siamo noi stesse a esigere troppo da noi, a vivere più nel dovere che nel piacere. Talvolta ci autosabotiamo, impedendoci di danzare liberamente come la donna-foca del racconto.
L’invito, allora, è questo: indossare la nostra pelle-anima, riconnetterci alla nostra natura selvaggia e sentire la vita piena, bella e luminosa che ci appartiene.
Se vuoi leggere il racconto completo, scrivimi e ti mando una copia in PDF. Mi piacerebbe anche sapere cosa ti ha colpito di più della storia o quali sono i tuoi modi preferiti per tornare a indossare la tua pelle-anima.
Marisa 💗

Quanta verità dietro a questo racconto. Credo che a noi donne succeda spesso di perdere la pelle, e di essere talmente immerse nella quotidianità terrena, che ci vuole un lampo di pura introspezione per fermarci. Quel momento consapevole che ci permette di ritornare a nuotare nell’ acqua profonda della nostra anima e quindi di ritrovarci. Personalmente lo faccio attraverso lo yoga, un bagno caldo, il canto, l’ immancabile lettura prima di dormire. Momenti semplici e preziosi che mi permettono di non perdere la pelle-anima e di non perdere la testa!
Grazie Silvia per le tue parole per le tue riflessioni profonde.
Concordo con te Marisa … leggendo questo articolo credo che tante donne si sono ritrovate nella “pelle” della donna-foca.
Mi sento nella mia pelle-anima quando ascolto la musica, quando leggo un libro, quando disegno …ma spesso non mi ritaglio del tempo per questi momenti perché le “priorità” sono i figli, il marito, la gestione della casa &co.
Quest’anno mi sono proposta di amarmi di più…credo di essere sulla giusta strada. Un caloroso abbraccio e Viva La Donna-Foca.
Grazie per la tua condivisone Ioana. Ti auguri con tutto il cuore di indossare sempre più spesso la tua pelle-anima.
Grazie Marisa per questo racconto, io ho un’età che mi sembra di aver fatto e dato tutto, adesso tempo per me stessa ne ho parecchio spero di usarlo bene anche aiutando gli altri. Sono comunque dell’idea che l’amore per noi stesse ci rende la vita più piena e bella.
Io il racconto per intero lo leggerei volentieri, ciao a presto
Parole sagge, grazie per la condivisione 🙂
Tra la frenesia quotidiana, le aspettative degli altri (e le mie!) che mi sembra di non riuscire mai a soddisfare, la mia “pelle” la sento scivolare via sempre più spesso e mi rendo conto che mi manca…quindi cerco di ritrovarla nel silenzio di una passeggiata al sole, nel prendermi cura del mio corpo con piccole coccole come un massaggio o una buona cena, nel risvegliare il mio lato curioso sognando e progettando gite e viaggi in posti nuovi. Semplici azioni che mi permettono di riassaporare la mia essenza e come diceva Silvia anche “di non perdere la testa”
Grazie per aver condiviso il racconto con noi.
Quanta verità! Ti auguro di tenerti sempre stretta la tua pelle-anima…